Song for a future generation

A Geek Manifesto


1. Avevamo rinunciato a creare innovazione con il nostro talento.
Eravamo ormai arrivati a Windows 10 e ad iPhone X mentre un’auto elettrica stava volando verso Marte con un pupazzo a bordo. Volevamo dominare la galassia e volevamo farlo continuando a levigare all’infinito i successi di ieri. OK, la Terra rimaneva pur sempre il disco club dell’Universo, ma proprio per questo ogni tanto avremmo dovuto cambiare musica.

 

2. Avevamo rinunciato ad usare le nostre capacità per aiutare davvero gli altri.
Eravamo così profondamente impegnati a progettare il nuovo Candy Crush da non accorgerci che nel mondo un miliardo di persone non sapeva neppure se quel giorno avrebbe mangiato. Ops! Oggi l’arte del digitale nella sua forma più elevata è assai poco umana.

 

3. Avevamo rinunciato a imparare e insegnare quello che sapevamo fare.
Ci eravamo pavoneggiati proponendo corsi pieni di case study di successi già successi molti anni prima invece di ascoltare umilmente quello che il futuro ci stava chiedendo e di cercare di imparare dagli errori degli altri, convinti come eravamo di vivere abbastanza a lungo per farli tutti da soli. Il termine «mediocrazia» aveva perduto il significato di un tempo, quando designava il potere delle classi medie. Era passato ad indicare tanto il dominio dei mediocri quanto lo stato di dominio esercitato da questi attraverso regole anch’esse mediocri, e tuttavia elevate a sistema giusto e coerente, a volte persino a chiave di sopravvivenza, al punto da sottomettere alle sue parole vuote coloro che aspiravano a fare qualcosa di meglio e osavano affermare la propria sovranità su loro stessi.

 

4. Avevamo rinunciato a risolvere i veri problemi degli altri con le nostre capacità.
Ci fissavamo nel progettare, realizzare, perfezionare e nel fare accettare i Google Glasses proprio mentre le persone reclamavano più riservatezza. Maledetti stupidi, come facevano a non capire l’utilità irrinunciabile di un congegno che ti mostra le informazioni personali, direttamente dalla sua pagina Facebook, della ragazza con cui stavano parlando?

 

5. Avevamo rinunciato a impegnarci a cambiare il mondo in meglio con la tecnologia digitale.
In realtà lo avevamo già cambiato, ma era diventato un pianeta ansiogeno dal quale le persone si sentivano sempre più tagliate fuori. Avevamo coniato il termine FOMO proprio per descrivere questa inedita condizione ansiosa. Avevamo fatto delle cazzate e delle cose buone, ma tutto era stato risucchiato dal Grande Mercato Globale, ed eticamente credevamo di essere persone abbastanza ordinarie, come tutti gli altri. Ma d’altra parte, il mondo era fatto perlopiù di quelli come noi: tutti arrancavano. Questa mediocrità generale era deprimente, ma ci alleviava la sicurezza che ci dava il sapere di essere parte della maggioranza della specie umana impegnata nei lavori digitali di mediocre livello.

 

6. Avevamo rinunciato a protestare contro ciò che ci sembrava ingiusto creare con il nostro lavoro.
Ci eravamo prestati per pochi spiccioli a creare piattaforme che servivano a fare lavorare altre migliaia di persone per pochi spiccioli, e la chiamavamo Gig Economy. Ci sembrava una figata ma non lo era per chi doveva lavorarci per davvero. Accettavamo i sogni, senza però preoccuparci anche degli incubi che uscivano fuori dalle nostre tastiere.

 

7. Avevamo rinunciato a organizzarci per lavorare insieme.
Dopo avere salutato con entusiasmo l’arrivo della sharing economy ci eravamo ritrovati a progettare piattaforme per conto di predatori economici che, approfittando dell’elevatissimo tasso di precarizzazione, mandavano gente in giro a consegnare del sushi. Ma si sa, anche ogni mercato ha le sue leggi.

 

8. Avevamo rinunciato ad essere una comunità di professionisti che credevano negli stessi valori.
L’Homebrew Computer Club, dove si rimaneva insieme svegli la notte per ammirare le lucine di un marchingegno, precursore dei computer da cui vi stiamo scrivendo, accendersi e spengersi sognando un mondo reso migliore dalla tecnologia, era ormai un ricordo lontano. Eravamo tutti in competizione l’uno con l’altro nella grande arena del lavoro digitale e quello che era veramente spiacevole era che ci univamo per fare cose mediocri. D’altra parte la principale competenza di un mediocre era proprio riconoscere un altro mediocre, così insieme potevano organizzare scambi di favori per rendere ancora più potente un clan destinato già di per sé a crescere esponenzialmente, perché i mediocri fanno presto ad attirare i loro simili. La mediocrità era così riposante!

 

9. Avevamo rinunciato ad avanzare a piccoli passi.
Volevamo diventare tutti imperatori del mondo come Mark, realizzando sempre nuove, fantastiche e improbabili piattaforme globali come Jack. Tutto questo grazie anche alla ferma convinzione della presenza costante di una rete di sicurezza finanziaria ed emotiva sempre pronta a lenire i dolori derivanti nel frattempo dalla nostra grandiosa impresa. Solitamente la rete era costituita dai nostri genitori.

 

10. Avevamo rinunciato a lanciarci con decisione nei progetti in cui credevamo personalmente.
Preferivamo dare in affitto il nostro talento al massimo del prezzo spuntabile sul mercato. La troppa facilità con cui si accedeva a una qualsiasi forma di visibilità tuttavia ci ricompensava della nostra rinuncia ai nostri slanci, favorendo efficacemente il dilettantismo e la mediocrità delle nostre attività.

 

11. Avevamo rinunciato alla gioia di sviluppare la tecnologia per il benessere delle persone.
Avevamo invece fatto in modo che molte persone si portassero il sacco a pelo per dormire di fronte al negozio che la mattina seguente avrebbe messo in vendita un telefono portatile da 1000 dollari, con questo favorendo il benessere dell’azienda che li produceva. Qualcosa era andato storto, o forse, secondo alcuni, troppo bene.

 

12. Avevamo rinunciato a resistere alla tentazione di unirci al Grande Culto del Denaro.
Ci eravamo assuefatti ormai al pensiero che alla fine la cosa migliore da fare con il nostro talento fosse trasformare il nostro talento in soldi. Tutto qui e, possibilmente, subito. Non ci stavamo divertendo, e quindi sentivamo una vocina che vi avvertiva che stavamo facendo qualcosa di sbagliato e che lo stavamo facendo anche in modo mediocre. Purtroppo la parte più ottusamente mediocre della nostra mente ha più familiarità con il guadagno che con qualsiasi altra cosa.

 

13. Avevamo rinunciato ad associarci. Per caso, tu fai parte di qualche team di talenti digitali? Senza essere necessariamente asociali, crediamo che se un talento digitale vuole utilizzare il suo cervello per un lavoro creativo, un certo livello di silenziosa solitudine, ciò che si chiama anche autodisciplina, non sia un modo per sottrarsi alla società. Però questo non significa rinchiudersi da soli per sempre in una caverna dotata di buona connessione. A meno che, come succede ad alcune persone, tu non sia abituato a far parte di un ambiente in cui è richiesta eccellenza e che il tuo isolamento non sia un sottile alibi per rimanere nella confort zone della mediocrità.

 

14. Avevamo rinunciato ad essere generosi.
A quale progetto di reale impatto sociale stavi lavorando?

 

15. Avevamo rinunciato ad essere umili.
Avevamo avuto il coraggio di restare indifferenti di fronte ad un tizio che solo perché aveva fondato Alibaba diceva che se a 35 anni sei ancora povero allora è colpa tua. La gente amava mostrarsi grande, soprattutto quella piccola.

 

16. Avevamo rinunciato ad essere entusiasti.
Ti stavi svegliando ogni mattina con una luce che brilla negli occhi perché una giornata di lavoro digitale ti attendeva? O eri tra le molte persone stavano solo cercando di arrivare alla fine della giornata?

 

17. Avevamo rinunciato ad adattarci.
O meglio, ci eravamo adattati nel modo sbagliato, mettendo da parte ciò che ci interessava davvero per seguire il business invece di usare il business per realizzare progetti di valore. Eterogenesi dei fini.

 

18. Avevamo rinunciato a correggere e correggerci.
D’accordo che il concetto di debugging era nato a livello strettamente tecnologico ma arrivare a capire che c’erano anche dei bug socioeconomici a livello sistemico in quella nuova economia digitale che stavamo contribuendo a creare non richiedeva certamente profonde analisi degne di un Premio Nobel in Economia.

 

19. Avevamo rinunciato a vincere.
La Computer Liberation era ormai avvenuta, i computer non erano più esclusivo appannaggio dell’Esercito e delle grandi corporation e tutti potevano finalmente giocare a Minecraft. Quindi, che problema c’era?

 

20 Avevamo rinunciato al Futuro.
Pensavamo tutto il giorno al nostro piccolo futuro personale. La mediocrità con cui cesellavamo i nostri piccoli obiettivi era davvero il nostro grandioso punto d’arrivo.

 

21. Avevamo rinunciato a punire.
La società in cui vivevamo avrebbe dovuto scusarsi per la sua mediocre mentalità. La normalità era sopravvalutata e diventare sempre più pop era il nostro mantra. I maestri dell’eccellenza erano stati liquidati: la morale dell’uomo comune aveva trionfato dentro la nostra mente. Cosa curiosa la civiltà dei consumi. Prometteva tanto e ciò che offriva era la produzione di massa di merci e servizi mediocri per persone dalle aspettative altrettanto mediocri.

 

22. Avevamo rinunciato ad essere gentili e creare cose veramente belle.
Del fatto che, per gente come noi, fare qualcosa che ritenevamo tecnicamente intrigante o di portata massiva fosse una motivazione sufficiente per metterci a lavorare d’impegno ad un livello che poteva raggiungere intensità e risultati inimmaginabili per un comune mortale, qualcuno si era approfittato per pagarci con gustose noccioline e farci realizzare cose la cui utilità era abbastanza discutibile.

 

23 Avevamo rinunciato a distruggere.
L’epoca in cui vivevamo, molto oscura, era certamente quella dell’aurea mediocrità e dell’insensibilità, dell’amore dell’ignoranza, della pigrizia, dell’inettitudine all’azione e della pretesa di trovare tutto pronto in tavola. L’invidia era lo sport sociale preferito, da noi ampiamente tollerato e praticato in deliziosi ritagli di tempo perché dolcemente consolava, rispondeva alle inquietudini che ci divoravano.

 

24. Avevamo rinunciato a riconoscere i nostri errori.
Un momento! Tim Cook ha appena dichiarato che non pensavano che la gente avrebbe trascorso così tanto tempo sull’iPhone!

 

25 Avevamo rinunciato ad essere spontanei.
Sul grande mercato digitale del lavoro digitale eravamo tutti diventati brand. Recenti studi dimostrano che un’esposizione prolungata a qualunque linguaggio, visuale o verbale, altera di sicuro il modo in cui un bambino percepisce il suo universo. E noi tra i brand ci eravamo nati e cresciuti.

 

26. Avevamo rinunciato a dominare noi stessi.
Invece, il denaro, e la prospettiva di farne in quantità impressionante, sembrava essere l’idea che più tenacemente si era radicata nella nostra testa e da allora era sempre stata la nostra seconda motivazione. Aspiravamo a soddisfare le nostre pulsioni infantili convinti che, facendolo, potevamo anche diventare ricchi sfondati.

 

27. Avevamo rinunciato a desiderare.
Cioè di desideri ne avevamo moltissimi, tranne però quello di fare il nostro lavoro semplicemente perché ci piaceva. E perché quel lavoro lì ci faceva sentire vivi per il solo fatto di farci sentire di essere nati per compiere attività digitali ispirate.

 

28. Avevamo rinunciato a sacrificarci.
Il grande Steve ci aveva insegnato che ogni realizzazione tecnologica porta sempre in sé implicazioni etiche: libertà, semplicità e bellezza erano state le sue stelle di riferimento nel creare oggetti tecnologici ed ecosistemi digitali in cui l’utilizzatore trovasse realizzati questi ideali. Ma quello che Steve si era dimenticato di fare, e con lui tutti noi, era di allargare la visuale e di capire che l’ecosistema da considerare in termini di impatto etico delle nostre realizzazioni tecnologiche non doveva essere limitato soltanto alla fase dell’utilizzazione di ciò che avevamo realizzato: c’era tutto un mondo di cui avremmo dovuto tenere conto per valutare le conseguenze sistemiche di ciò che realizzavamo in campo digitale, dalla produzione allo smaltimento dei prodotti e dei loro sottoprodotti e cascami, dalle scatole di Amazon alla massa di furgoni necessari per recapitarli; c’era tutto il resto della vita dell’utilizzatore, le sue relazioni, fidanzate e fidanzati, mogli e mariti e figli, e noi non eravamo disposti a sacrificare nulla dei nostri piani di conquista del mondo per migliorare l’armonia di quel vasto e sensibile ecosistema umano e neanche per evitare di peggiorarla. La nostra visione della vera vita delle persone era assai limitata e questo perché in fondo un certo livello di cecità ci conveniva: potevamo creare dipendenza digitale in adulti e bambini, ma non lo vedevamo. L’importante era soltanto il tempo che queste persone rimanevano sulle nostre piattaforme e con il nostro prodotto in mano.

 

29. Avevamo rinunciato ad essere coraggiosi.
Cercavamo unicamente dei modi per andare via dai problemi; ci sporgevano cautamente in avanti dalle nostre scrivanie, avanzando faticosamente, metro per metro, giorno dopo giorno. I veri creativi invece si paracadutano direttamente dietro le linee nemiche.

 

30. Avevamo rinunciato ad essere penetranti.
Il nostro livello di penetrazione del futuro si fermava all’elaborazione di qualche, vago, Business Model Canvas. Le persone che in questo facevano più tristezza erano quelle che una volta sapevano cosa fosse la profondità, ma poi avevano perso o erano diventate insensibili al senso della meraviglia, persone rassegnate che avevano sentito le proprie emozioni andarsene via e non gliene era importato niente.

 

31. Avevamo rinunciato a lasciarci attrarre.
Un bisogno ossessivo di autonomia professionale ci opprimeva, solitamente a spese delle relazioni di lavoro realmente costruttive a lungo termine. Quando incontravamo un professionista digitale non pensavamo ad emularlo e diventare come lui nel timore, peraltro giustificato, che committenti mediocri selezionassero soltanto i loro pari, o meglio ancora, professionisti di statura inferiore perché più facilmente addomesticabili e più ubbidienti.

 

32. Avevamo rinunciato ad essere perseveranti.
Eppure sapevamo che il nostro destino era ciò a cui lavoravamo ogni giorno. Il futuro non esisteva ancora.

 

33. Avevamo rinunciato a distaccarci.
Ci eravamo affezionati ai nostri recinti da ingrasso: postazioni di lavoro piccole e anguste costruite con pannelli smontabili rivestiti in stoffa, abitate in genere da un singolo membro del personale impiegatizio. Noi.

 

34. Avevamo rinunciato ad avanzare ed entrare in contatto.
Era l’epoca dorata in cui si viveva a beneficio di un pubblico puramente immaginario. L’eccellenza purtroppo non interessava quasi a nessuno per cui lavoravamo, eravamo a stretto contatto con la mediocrità altrui finendo dritti tutti insieme verso l’ennesimo fallimento di ogni progetto. La mediocrità , purtroppo, si manifestava in tutto il suo splendore sempre e soltanto dopo, e mai prima o durante, il lavoro.

 

35. Avevamo rinunciato a creare vero progresso.
Perché mai continuavamo a lavorare nel digitale anche se non succedeva nulla di nuovo, non imparavamo nulla di nuovo e non trasmettevamo ad altri nulla di nuovo?

 

36. Avevamo rinunciato ad opporci.
A parte il nostro impegno sui social nell’aspra guerra all’estetica hipster, al prezzo delle birre artigianali, ai risvoltini dei pantaloni. Mentre la brasilificazione socio-economica, il divario sempre crescente fra ricchi e poveri e la conseguente scomparsa del ceto medio, stava inghiottendo anche il nostro settore e i nostri curriculum.

 

37. Avevamo rinunciato ad essere una grande famiglia.
Ad ognuno la sua start-up! E il mio elevator pitch era comunque molto meglio dei vostri.

 

38. Avevamo rinunciato ad essere individui unici.
Molta gente passava tanto tempo a) convincendosi che la propria vita era comunque una storia e b) scrivendo storyboard basati sulle teorie del Viaggio dell’Eroe. Il risultato fu che la parte del cervello veramente creatrice di storie vissute si atrofizzò morendo un pochettino ogni giorno. In realtà non stavamo facendo proprio niente che potesse dare spunto neanche ad una pessima serie televisiva Disney per dodicenni.

 

39. Avevamo rinunciato ad avere carattere.
La massima espressione della nostra grinta consisteva in un diffuso spettacolarismo digitale: essere affascinati dal ficcarsi in situazioni estreme tuttavia rigorosamente documentabili su Youtube.

 

40. Avevamo rinunciato ad essere liberi.
Uno dei pochi elementi motivanti a compiere scelte professionali radicali era la sindrome da emigrazione da ufficio malsano: la tendenza delle maestranze digitali giovani a licenziarsi o comunque a evitare impieghi in uffici poco salubri o luoghi di lavoro che potevano attentare alla salute a causa dei materiali da costruzione impiegati. Tutto il resto potevamo accettarlo.

 

41. Avevamo rinunciato a essere modesti.
Se non era scalabile non valeva la pena di farlo, dicevamo sempre. Però tutte le cose belle della vita si rifiutavano caparbiamente di diventare scalabili: lavorare in modo eccellente, amare veramente un progetto, la quantità di patatine dell’Ikea che potevi mangiare senza essere ricoverato in ospedale.


42. Avevamo rinunciato a servire.

Tutti quei ragazzi dall’aria divertita là fuori, che sembravano così fighi e alla moda e disinvolti, in realtà si trascinavano goffamente da un inutile minuto di ipotetico piacere al successivo, proprio come noi.

 

43. Avevamo rinunciato ad essere risoluti.
La nostra successofobia, il terrore inconscio che, una volta raggiunto il successo, i nostri problemi venissero dimenticati e non ci fosse più nessuno a soddisfare le nostre esigenze infantili, ci bloccava in progetti apertamente inconcludenti.

 

44. Avevamo rinunciato a resistere alle tentazioni.
Eravamo caduti in pieno nel paradosso del confort: appena ci trovavamo un pochino a nostro agio nella nostra situazione ci siedevamo e stappavamo una birra non filtrata, dimenticando che, per cambiare vita, il momento giusto è proprio quando sembra che tutto vada a meraviglia.

 

45. Avevamo rinunciato a sentirci uguali.
La nostra identità collettiva arrivava a malapena alla solidarietà generazionale, il desiderio di una determinata generazione di etichettare come imbelle quella successiva, allo scopo di esaltare il proprio orgoglio collettivo: «I giovani d’oggi non fanno mai niente. Sono talmente apatici. Una volta noi uscivamo a protestare. Loro invece non fanno che spendere e lamentarsi.»

 

46. Avevamo rinunciato ad ammirare i migliori tra noi.
Avevamo osannato Jeff Bezos e dimenticato Aaron Schwartz. Il fatto che la vita nel XXI secolo fosse un karaoke, il tentativo senza fine di mantenere una dignità di fronte a un vortice di dati che scorre incontrollabile su uno schermo, non costituiva però una scusa collettivamente sufficiente.

 

47. Avevamo rinunciato a preoccuparci di ciò che era veramente importante.
Volevamo tutti entrare nella storia. Volevamo tutti una pagina su Wikipedia. Volevamo risultati personali su Google. Non volevamo essere organismi viventi che arrivavano e se ne andavano senza lasciare traccia su questo pianeta digitale. Però non avevamo slot sufficienti per provare a lasciare un segno vero e concreto in quella settimana e comunque non c’era budget.

 

48. Avevamo rinunciato ad essere saggi.
Avevamo discusso con foga di privacy su Facebook e dato in pasto coraggiosamente tutti i nostri dati a Zuckerberg. Le nostre menti avrebbero dovuto essere più attente, più accurate, più riflessive. Potevamo andare in qualche Starbucks a discuterne.

 

49. Avevamo rinunciato a rinnovarci.
Lavorare, lavorare, lavorare: niente ideali. Niente intreccio. Niente eureka! Solo turni di produzione e giornate. Tanto valeva che vivessimo dentro un ufficio. Cosa che peraltro molti di noi facevano.

 

50. Avevamo rinunciato alla dimensione spirituale del nostro lavoro.
Mica era un problema soltanto di noi professionisti digitali. Per l’occidentale contemporaneo di allora, anche quando godeva di buona salute, il pensiero della morte costituiva una sorta di rumore di fondo che si insinuava nel suo cervello man mano che progetti e desideri andavano sfumando. Con l’andar del tempo, la presenza di tale rumore si faceva sempre più invadente; la si poteva paragonare a un brusio sordo, talvolta accompagnato da uno schianto. In altri tempi, il rumore di fondo era costituito dall’attesa del Regno del Signore; ai nostri tempi era invece costituito dall’attesa della morte. Così era. Figuriamoci se una dimensione spirituale quale la ricerca dell’eccellenza poteva costituire, in quel frangente storico, un ambito praticabile. La mediocrità era la norma perché non cercava che certezze solide, tangibili e materiali contro i rischi ineffabili del divinamente eccellente.

 

51. Avevamo rinunciato a trarre insegnamento dalle nostre disavventure.
Annoiarci con decisione era la forma di autocritica che praticavamo con maggiore convinzione.

 

52. Avevamo rinunciato ad essere appagati del contribuire al progresso umano.
Era perché non eravamo convinti di voler fare davvero qualche cosa per i posteri e così lasciare qualcosa di eccellente alle future generazioni. In fondo, loro cosa avevano mai fatto per noi?

 

53. Avevamo rinunciato ad essere graduali.
C’era stata una bancarotta dell’immaginario sociale: nessuno si era preoccupato di visualizzare le mediocri conseguenze delle innovazioni digitali a cui davamo il nostro contributo. Volevamo tutto e subito e dovevamo arrivare per primi. La fase beta riguardava unicamente il prodotto e il servizio e non l’impatto sulla vita degli utilizzatori. Vivevamo in una enorme e infinita fase beta economica e sociale.

 

54. Avevamo rinunciato ad essere fedeli al nostro talento.
Il guaio di volere diventare ricchi era che ci impegnava tutta la giornata.

 

55. Avevamo rinunciato ad essere magnifici.
Credevamo che il progresso fosse soltanto sviluppo tecnologico senza tenere conto che senza una grande visione culturale la tecnologia diventava rapidamente distopia più di quanto riuscissero ad immaginare gli sceneggiatori di Black Mirror. La mediocrità culturale era una stanza buia che si affacciava su di un mondo che la luce non aveva mai illuminato. L’eccellenza dell’esecuzione tecnologica, ogni tanto capitava, non poteva compensare la mediocrità della concezione, anzi, aiutava a creare incubi ancora più perfettamente funzionanti.

 

56. Avevamo rinunciato a viaggiare leggeri.
La vita è un ponte ma ci volevamo costruire sopra grandiose carriere digitali come se queste avessero potuto durare per sempre.

 

57. Avevamo rinunciato ad andare fino in fondo.
L’industria digitale era nata come controcultura da un movimento di frikkettoni californiani con i sandali che sognavano di liberare i computer dall’esclusivo possesso dei grandi poteri economici e metterli nelle mani di tutti. La rivoluzione però, curiosamente, si era fermata quando, nella foga di questo cambiamento, erano nati nuovi grandi poteri economici digitali.

 

58. Avevamo rinunciato a saperci accontentare di quello che conta veramente.
Giovinezza, bellezza, forza: i valori dell’immaginario digitale, come del resto quelli del mercato fisico, erano esattamente gli stessi del nazismo.

 

59. Avevamo rinunciato ad essere universali raggiungendo la nostra specifica eccellenza.
In realtà in qualche modo riuscivamo a diluire volontariamente il nostro ego riempiendo internet di più informazioni possibile al riguardo di aspetti fondamentali di noi stessi: ciò che avevamo ordinato al ristorante o quanto ci divertivamo in vacanza.

 

60. Avevamo rinunciato a concentrarci su ciò che sappiamo fare.
Tutti dovevano fare tutto ed essere skillati su tutto e costantemente aggiornati circa l’intero scibile professionale, ragione per cui era piuttosto difficile che tutti riuscissero a fare tutto benissimo: ed ecco che fioriva rigogliosa la famosa tendenza alla mediocrità, tipica fase premonitrice della decadenza di ogni civiltà professionale.

 

61. Avevamo rinunciato ad essere autentici.
In compenso eravamo diventati abili esperti della scienza della persuasione fino a convincere le persone che diventare consumatori Apple li avrebbe fatti diventare protagonisti centrali dell’evoluzione dell’umanità, membri autorevoli della élite bandiera di ogni progresso.

 

62. Avevamo rinunciato ad essere prudenti.
Avevamo lanciato sul mercato prodotti che poi avevamo vietato di usare ai nostri stessi figli perché ritardavano il loro sviluppo cognitivo e creavano dipendenza. In compenso avevamo creato il mercato del digital detox e i nostri figli li iscrivevamo alle scuole montessoriane.

 

63. Avevamo rinunciato a raggiungere scopi di valore.
Avevamo trasformato con solerzia l’ambiente digitale dal mitico luogo di conversazione tra umani che si svolgeva con voci umane in un gigantesco funnel di vendita che ti portava finalmente a ragionare con un chatbot.

64. Avevamo rinunciato rimettere ordine nel mondo.
Eh sì.

 


 

Ma oggi decidiamo di:

 

65. Migliorare il mondo insieme.
Con l’eccellenza digitale vogliamo cambiare la vita in meglio. Consideriamo il mondo digitale come parte integrante delle nostre vite, avendoci donato grandi obiettivi e fantastiche avventure: è come una lampada di Aladino a cui possiamo chiedere di realizzare i nostri desideri. Per questo pensiamo che chiunque possa e debba potere beneficiare dell’eccellenza digitale, e che, se la utilizzeremo nel modo giusto, questa nostra etica non solo creerà progetti eccellenti che migliorano il mondo, ma che tale intento si espanderà nel mondo spronando altri a migliorarlo a loro volta. Allora capiremo il significato profondo del termine shosoku, quel che in giapponese indica il sentimento che si prova quando si riceve una lettera da casa. Chi lavora a livelli di eccellenza sa che accanto a questo mondo c’è un altro mondo, una dimensione che qualche volta riusciamo a sfiorare mentre lavoriamo in modo eccellente per scopi eccellenti.

 

66. Insegnare e imparare l’uno dall’altro.
L’accesso all’eccellenza digitale, e a tutto ciò che potrebbe insegnare qualcosa su come potrebbe funzionare meglio il mondo, deve essere assolutamente illimitato e completo. Diamo sempre precedenza all’imperativo “Hands on!” “metterci su le mani!”, ad un approccio empirico e curioso verso i problemi, sperimentando e apprendendo proprio dal problema che stiamo studiando. Il mondo è pieno di affascinanti problemi che aspettano soltanto di essere risolti. Vuoi potere esaminare sistemi e progetti eccellenti già esistenti per capirli e conoscerli? Fallo con noi e in questo modo sarà possibile sia migliorare questi progetti, ma anche crearne di nuovi e migliori. Diventiamo maestri gli uni per gli altri, entriamo veramente in contatto. Un maestro dell’eccellenza, anche se ha soltanto due o tre seguaci, non descrive loro il metodo di lavoro eccellente nel dettaglio. L’unico modo per studiare con lui è mangiare con lui, parlare con lui, fare più lavori possibili insieme a lui.

 

67. Fidarci gli uni degli altri.
Abbiamo una precisa percezione dell’importanza e della possibilità concreta di dare un contributo personale e originale alla conoscenza attraverso il perseguimento di scopi eccellenti uniti ad esecuzioni eccellenti. L’eccellenza dei mezzi e degli scopi salverà il mondo.

 

68. Guidare ed essere guidati.
Al cuore del meglio della nostra epoca tecnologica si trova un affascinante gruppo di persone che credono che i vantaggi di questa nuova tecnologia informatica debbano essere davvero per tutti. Vuoi fare parte di questo affascinante gruppo di persone che guidano il vero progresso? Allora smetti di aspettare ad esprimere pienamente te stesso e unisciti a noi, lanciati in questa impresa. La razionalizzazione è il tuo più grande nemico.

 

69. Essere Decisi.
E’ quello il Paradiso: il momento in cui la scintilla si accende e capisci che succederà davvero, che i tuoi istinti non si sbagliavano. Se cerchiamo l’eccellenza insieme, fermeremo il tempo per sempre in un eterno attimo splendente.

 

70. Avere Identità.
Dovremo essere giudicati per il nostro operato, e non sulla base di falsi criteri quali ceto, età, razza, sesso o posizione sociale. In questa comunità, l’abilità nel produrre eccellenza conta più di ogni altra caratteristica personale.

 

71. Essere fraterni.
I cambiamenti fondamentali sono sempre provenuti da persone che prestavano veramente attenzione agli altri. Noi diamo importanza al calore del cuore, a una ricerca dell’eccellenza piena di calore. Il sentimento di calore che proviamo nella pratica della ricerca dell’eccellenza per noi è già, in altri termini, illuminazione.

 

72. Essere costruttivi.
Invece di mettere in piedi un nuovo sistema ideologico, diamo peso alla vera pratica, al di là dei concetti di successo e di insuccesso. Fare e basta, al di là di ogni sentimento di paura. Soltanto quando non ci aspettiamo niente possiamo essere noi stessi. Ma come le tigri, anche quando vogliamo acchiappare semplicemente dei topi mettiamo sempre tutta la forza che abbiamo. Rendiamo nuovo ogni lavoro. Sii sincero e creativo in tutto ciò che cerchi di fare qui da noi.

 

73. Essere responsabili.
Qui non hai bisogno di fare riferimento a un’autorità a cui si deve obbedienza. Dubitiamo dell’autorità. Promuoviamo il decentramento. Diffondiamo l’idea che la condivisione ad ampio raggio sia una via importante per la produzione e diffusione di idee e conoscenza. Il successo delle moderne tecnologie disponibili sulla rete composto dall’ecosistema del web 2.0 hanno cambiato definitivamente il nostro panorama produttivo e sociale. Siamo contrari a ogni forma di burocrazia che riteniamo non abbia nessun’altra funzione se non quello di rallentare ed ostacolare la conoscenza e la ricerca dell’eccellenza.

 

74. Diventare Idealisti Concreti.
La Rete, il personal computer e i software come il sistema operativo Linux non sono stati sviluppati da aziende o governi, ma creati da alcuni individui entusiasti che, semplicemente, si erano messi a realizzare le loro idee insieme ad altri individui animati da interessi comuni, e lavorando nella libertà di creare. Questo è ciò che vogliamo fare con te.


75. Essere magnanimi.

Tutta l’informazione dev’essere libera. Le idee e informazioni sono necessarie per migliorare, correggere e creare nuovi sistemi digitali; per questo devono essere libere ed accessibili. Ogni sistema può trarre beneficio dal libero scambio di informazioni. Se abbiamo una mente generosa, grande, e abbiamo un forte spirito di pratica dell’eccellenza, non dobbiamo preoccuparci di niente. Quando facciamo qualcosa, lavoriamo per migliaia, per tutti; non è una gara. Gli esseri umani, genere al quale apparteniamo, sono sempre attaccati alle cose. Ma la ricerca dell’eccellenza inizia proprio nel momento in cui smetti di essere attaccato a qualcosa.

 

76. Convertirci.
Cambiare significa ridurre il numero dei nostri desideri e aumentarne la qualità. Avere pochi desideri eccellenti significa non frammentare la nostra concentrazione dividendola fra molte cose inutili. Fare cose eccellenti con unità di mente, in spirito di verità, ecco cos’è avere pochi desideri eccellenti. Crediamo fermamente alla necessità di una sana ecologia dei desideri.

 

77. Diventare Signorili.
La nostra ricerca dell’eccellenza non significa disprezzare gli altri ma anzi conoscerli e apprezzarli. Dovremmo rispettare tutto e tutti perché questo rispetto ci permette di entrare in relazione con tutto e tutti. Quando non rispettiamo le persone e le cose è perché le vogliamo usare per noi stessi e, se usarle ci è difficile, le vogliamo addirittura conquistare. Dunque occorre sforzarci molto a praticare il rispetto.

 

78. Essere Appagati.
C’è una certa differenza tra l’essere sempre tristi e l’aver trovato una passione nella vita per la cui realizzazione ci si può anche impegnare nelle parti meno divertenti del lavoro ma comunque necessarie. Di solito è difficile provare questo sentimento perché siamo presi da idee di guadagno, ci aspettiamo un qualche miglioramento nel futuro. Se la nostra ricerca dell’eccellenza non ti dà già di per se stessa un grande, caldo senso di soddisfazione, allora non è una vera ricerca dell’eccellenza. Vuol dire che non sei abbastanza gentile con te stesso. Quando ti prendi la massima cura di quello che fai, ti senti bene e ti prendi cura di te stesso senza saperlo. Ma gli altri se ne accorgono. Sii molto gentile con te stesso e lo sarai anche con gli altri e troverai la gioia. L’essenza della ricerca dell’eccellenza è lavorare insieme nella gioia.

 

79. Essere Filosoficamente Pratici.
Quando ricerchiamo davvero l’eccellenza ci fidiamo totalmente di noi stessi senza pensare, senza sentire, senza discriminare fra buono e cattivo, giusto e sbagliato. Portiamo la fiducia nella nostra vita. La nostra ricerca dell’eccellenza consiste nell’aiutare le persone e, per aiutare le persone, ricerchiamo l’eccellenza. In questo modo scopriamo la vera vita professionale. Non ci attacchiamo a modelli prestabiliti. Non ci fissiamo sulla teoria. Non ci preoccupiamo eccessivamente della qualità dei mezzi a nostra disposizione. Non ci preoccupiamo dei risultati, ma dei processi. Non ci preoccupiamo della nostra abilità ma del nostro impegno sincero nel dare il massimo di noi stessi. Non ci facciamo problemi di ciò che pensano gli altri. Non ci sforziamo consapevolmente di raggiungere l’eccellenza. Non siamo soddisfatti di noi stessi. Non lavoriamo come se fosse un passatempo divertente. Ma ogni giorno speso nella ricerca dell’eccellenza è per noi un giorno di beatitudine.

 

80. Diventare Specialisti.
Ogni tuo lavoro digitale mostra ciò che hai sofferto, la ricerca dell’eccellenza che hai praticato. Non hai bisogno di fare altre cose per esprimerlo. Coltiva con tenacia la tua specializzazione: per quanto ristretta possa sembrarti, essa ha sempre un significato universale. Quando ricerchi l’eccellenza per davvero, ti riveli perfettamente, le tue azioni sono complete, e sei bellissimo. Ricerca l’eccellenza nel tuo ristretto settore e la troverai in tutto ciò che fai.

 

81. Essere Amici.
Chi è stato veramente grande, era grande perché la sua comprensione delle persone era grande. E perché capiva le persone, le amava e gli faceva piacere aiutarle. In questo semplice spirito di amicizia c’è la vera grandezza di una grande persona e di un grande professionista.

 

82. Diffondere.
Il solo fatto di auspicare un’applicazione generale della ricerca dell’eccellenza non ci deve fare ritenere che questo possa venire attuato da tutti gli altri. Ma questo è proprio quello che noi vogliamo ottenere, e abbiamo moltissima pazienza.

 

83. Essere noi stessi.
Tramite la ricerca dell’eccellenza, con il tempo, ci possiamo liberare dal nostro ego. Solo allora saremo in grado di esprimere la nostra personalità nel senso più vero. Se nel lavoro di qualcuno non riusciamo a vedere alcuna personalità, vuol dire che l’autore non ha ancora eliminato il suo modo abituale di essere se stesso. Quindi, lavora con il tuo carattere. Ogni essere umano è diverso; esprimi questa differenza quando lavori. Manifesta grandi atti spezzando regole.

 

84. Diventare Guerrieri Interiori.
Non siamo contro nessuno, siamo solo a favore dell’eccellenza, abbiamo scopi costruttivi. Per andare veramente avanti ci serve una mente generosa, una mente grande, una mente morbida: essere flessibili, non attaccarci a niente, non opporci a nessuno in particolare.
Diamo il massimo in tutto ciò che facciamo. È questa la chiave del successo. Imparando bene una cosa, impareremo il modo di capire diecimila cose. Diecimila cose sono una; è questo il luogo segreto della comprensione che dobbiamo trovare. In questo modo ogni cosa che faremo sarà misteriosa e meravigliosa. L’eccellenza non è altro che l’applicazione prolungata di un grande sforzo.

 

85 Essere Equilibrati.
Crearci problemi da soli è come farsi i biscotti in casa. A tutti noi piace farci biscotti fatti in casa ma cerchiamo di non farci troppi biscotti. Senza cibo non possiamo sopravvivere, dunque farci biscotti va bene, ma non facciamocene troppi. Senza problemi non possiamo sopravvivere, ma non devono essere troppi. Non occorre che ci creiamo altri problemi da soli, ne abbiamo già abbastanza. Qualche problema è necessario. Ma non ne occorrono troppi e troppo grandi: possiamo praticare la ricerca dell’eccellenza attraverso le difficoltà che già abbiamo. La vera ricerca dell’eccellenza dimora nei problemi. Non c’è altro luogo in cui stabilirla. Se non abbiamo nulla a cui far fronte, la vita ci appare vuota. I problemi sono tesori preziosi, indispensabili. Ma cerchiamo di non esagerare.

 

86 Essere Integri.
La vera osservanza delle regole è osservare le regole senza cercare di osservare le regole. E ovviamente capita spesso che questo non succeda. Bisogna allora sempre rilevare l’errore dei colleghi con compassione, da veri amici. Correggiamo sempre i colleghi come farebbe un amico. Accettiamo a nostra volta le correzioni dei colleghi. Dobbiamo fare il massimo sforzo per aiutarci gli uni con gli altri per raggiungere tutti insieme l’eccellenza.
Da giovane pensi che vivrai ancora per cinquanta, o forse anche cento anni, e così l’oggi per te non ha alcun valore. Quando arrivi alla maturità invece senti davvero: “Io sono soltanto questo essere qui. Nessuno può prendere il mio posto, dunque non devo prendermi in giro”.

 

87. Diventare Capaci di Ammirazione.
“L’intera eredità scientifica e culturale del mondo, pubblicata nel corso dei secoli in libri e riviste, è sempre più digitalizzata e resa inaccessibile da parte di una manciata di società private.” Ecco dovremmo ammirare ragazzi che hanno pensato e lottato per risolvere questo genere di problemi, giovani intelligenti e generosi come Aaron.

 

88. Dotarci di Senso del dovere.
La parola passione descrive il tono generale della nostra attività, anche se essa potrebbe non essere sempre un gioco divertente in tutti i suoi aspetti. Ci impegniamo con spirito lieto e forte motivazione a esercitare la nostra intelligenza nel risolvere problemi in modo eccellente ma rifiutiamo il lavoro mediocre esercitato per scopi mediocri. Siamo capaci di grande sforzo perché siamo mossi da una forte motivazione. Non escludiamo affatto l’impegno totale e anzi aborriamo l’ozio, ma soltanto se sentiamo che la nostra fatica è allietata da una motivazione creativa, costruttiva, eccellente. Siamo dunque molto attivi, perseguiamo le nostre passioni e viviamo di uno sforzo creativo e di una conoscenza che non ha mai fine. Sappiamo che la nostra umanità non si realizza in un tempo organizzato rigidamente, ma nel ritmo flessibile di una creatività che deve diventare la misura di un lavoro veramente umano, quello che meglio corrisponde alla nostra natura umana.

 

89. Trasformarci spiritualmente.
Non lasciare che la tua mente divaghi. Non permettere che le preoccupazioni ti distraggano. Non avere fretta. Non ubriacarti. Non essere affamato. Non mangiare troppo. Non essere arrabbiato. Lavora proprio quando manchi di entusiasmo. Non lavorare però ossessivamente. Non competere con gli altri. Quando raggiungi un obiettivo, non esultare; quando lo manchi, non ti abbattere. Concentrati naturalmente sull’obiettivo, e usa la mente per raggiungerlo. Anche in ogni altro ambito della tua vita, punta sempre al centro, in ogni attività evita sempre gli estremi. Se persegui attivamente la ricerca dell’eccellenza digitale, raggiungerai nel tempo la profonda esperienza di visione che trasforma una persona.

 

90. Metterci al Servizio del Cielo.
Abbiamo capito che lavorando in modo mediocre per scopi mediocri, e non in modo eccellente per scopi eccellenti, forse avremmo potuto guadagnare soldi, e forse ci saremmo anche divertiti. Ma sapevamo che al termine della nostra vita ci saremmo voltati a guardare indietro e avremmo visto anni spesi a diffondere soltanto mediocrità e avremmo compreso di aver contribuito a rendere il mondo un posto peggiore sprecando il talento che ci era stato dato in dono. Il segreto invece sta nel dire “SI’!” e saltare giù lì da dove siamo indaffarati a perseguire obiettivi di poco conto. Poi non c’è problema. Questo significa servire e al tempo stesso essere se stessi, sempre se stessi, senza attaccarsi a un mediocre sé precedente.

 

91. Coltivare.
Se sei turbato o nervoso, questa è la dimostrazione che ti manca qualcosa. Non essere triste o depresso: coltiva l’eccellenza, coltivala in te stesso, sii compassionevole e potrai salvare persino i demoni. Nella tua ricerca dell’eccellenza potrai provare paura, terrore, tormento, sofferenza, turbamento, preoccupazione, compassione e delusione quanto più profondamente possibile, ma non fuggire. Soltanto da quell’amara profondità è possibile intravedere il piano più grande.

 

92. Costruire Cattedrali.
La costruzione di una cattedrale nel Medioevo era un’impresa di un popolo intero. Tutti, nessuno escluso, partecipavano all’elevazione di un monumento che rendesse gloria a Dio e desse lustro alla città. Così fu anche per il Duomo di Milano. Tra i benefattori rimasti noti c’è Marta de Codevachi, di professione prostituta. A Milano era conosciuta come Donona. Grazie al suo mestiere era divenuta ricca, ma a un certo punto si era pentita e aveva deciso di cambiar vita. Divenne benefattrice dei poveri e adottò Venturina, una bimba che era stata lasciata alla ruota degli esposti, i bambini abbandonati. Nel 1394 Marta si ammalò gravemente. Il suo pensiero andò alla Madonna e alla nuova chiesa che si stava erigendo in suo onore nel centro della città. Chiamò il notaio e destinò alla Fabbrica del Duomo i suoi averi, con la clausola che gli officiali si prendessero cura di Venturina e che si impegnassero a trovar marito alla sua amica Margherita, conosciuta al bordello come Novella de Mandello, alla quale lasciava a questo scopo una cospicua dote per iniziare una nuova vita Poco dopo Marta morì e la Fabbrica organizzò per lei funerali degni di una nobildonna.
Anche noi abbiamo un grande progetto, il tuo contributo è benvenuto: non ci importa quale sia stato il tuo passato.

 

93. Gestire una missione.
Stare nel lavoro come il nocciolo nel frutto, comodamente, non è impresa semplice. Come quando si nuota, ogni tanto bisogna tirare fuori la testa e respirare, soprattutto quando stai nuotando la venticinque chilometri di gran fondo. Si tratta quindi di imparare a passare dallo sforzo al non sforzo, all’inseguire una meta indefinitivamente, senza trattenere il respiro in attesa di emrgere. Viaggiare è in se stesso la nostra destinazione

 

94. Seguire una direzione.
Quando ricerchiamo l’eccellenza nel nostro mondo, capiamo per intuito quale via percorrere. Quando l’ambiente che ci circonda ci dà un segno che mostra in quale direzione andare, andremo nella direzione giusta anche se non eravamo partiti dall’idea di seguire un segno. Ricercare l’eccellenza significa non avere niente da raggiungere, e così abbiamo un senso di gratitudine, una mente gioiosa. Lasciamo che le cose vadano come vanno, sostenendo però ogni cosa come se fosse nostra. La ricerca dell’eccellenza ha un orientamento, una direzione, ma non ha uno scopo o un’idea di guadagno; così può includere tutto ciò che si presenta, non importa se buono o cattivo. Se arriva qualcosa di cattivo: “Va bene, sei parte di me”; e se arriva qualcosa di buono: “Ah, va bene”. Dato che non abbiamo una meta particolare o uno scopo nella ricerca dell’eccellenza, non importa quello che arriva. Per arrivare a fare questo serve una mente ben orientata.

 

95. Essere sinceri.
Cos’è una sincera ricerca dell’eccellenza? Quando non si è poi tanto sinceri è difficile capirlo; quando invece si è sinceri nella ricerca dell’eccellenza non si riesce ad accettare ciò che è superficiale. Solo quando diventeremo molto sinceri sapremo che cosa sia la sincerità nella ricerca dell’eccellenza. È come apprezzare la grande arte. Se desideri apprezzare la grande arte, la cosa più importante è vedere opere d’arte pregevoli. Se hai visto molte opere d’arte di buon livello, poi quando vedi qualcosa di qualità inferiore riconosci immediatamente che non è poi tanto bello: il tuo sguardo si è fatto abbastanza acuto da vederlo. Ma non è una cosa che si possa descrivere: si avverte con l’intuizione.

 

96. Creare ponti.
Tutto quanto scritto sopra, potrebbe essere così, e spesso lo è, ma sappiamo che non è sempre così. Siamo pronti a discutere di tutto quello che pensiamo.

Viral Octopus Loopers


P.S.:

Ringraziamo:

Joseph Campbell
Douglas Coupland
Alain Deneault
Pekka Himanen
Glenn Gould
Michel Houellebecq
Awa Kenzo
Steven Levy
Evgenij Morozov
Eric Steven Raymond
Richard Matthew Stallman
Shunryu Suzuky Roshi
Aaron Swartz
Tomaso Walizer e Cecilia Botta

E tutti i geek, a qualunque settore appartengano.

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